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Con la concessione dell’Atto Sovrano del 25 giugno 1860 il re Francesco II riteneva di soddisfare le richieste dei liberali moderati, di arginare i democratici e di spegnere le attese sempre più pericolose suscitate anche a Napoli dalla ormai avviata spedizione di Garibaldi in Sicilia.
Quella concessione, invece, si rivelò disastrosa per i Borbone. Pensata come tentativo di resistenza allo sconvolgimento che l’impresa garibaldina stava determinando, essa scontentò tutti: liberali, democratici, mazziniani, clericali, reazionari, baroni ed ecclesiastici. Per motivi diversi ed opposti, tutti furono contrari. Per alcuni questa forma di Costituzione concedeva troppo: per altri concedeva troppo poco e troppo tardi. Solo i moderati, piccoli proprietari in ascesa, possidenti che gestivano terre feudali, liberi professionisti che avevano sperimentato l’inutilità dei moti settari e carbonari e avevano scoperto la via stretta ma feconda delle riforme, anzitutto economiche, che avevano sperimentato le innovazioni in agricoltura, la circolazione del sapere,
accolsero con favore quelle concessioni, sebbene limitate, e si impegnarono subito per renderle operative. In ogni piccola o grande comunità del Regno il ceto moderato locale si aggregò costituendo la Guardia Nazionale. Questa fu voluta da Liborio Romano, famoso avvocato e professore all’Università che, sebbene già patriota liberale carcerato ed esiliato proprio dai Borbone, ora non solo accettò la carica di ministro dell’Interno ma ottenne subito che si costituisse dappertutto la Guardia Nazionale. Fu questa l’arma vincente dei moderati: che la organizzarono subito, in ogni realtà, e la diressero sia per difendere le poche libertà concesse con l’Atto Sovrano dagli opposti attacchi dei delusi, sia per farne lo strumento libero e legale per regolare gli affari politici ed economici delle singole comunità. Fu una vera esplosione di partecipazione, diretta però sempre e solo dai moderati e, quindi, secondo i loro specifici interessi: a Frasso (Marzio Merrone) già il 15 luglio erano costituite due compagnie della Guardia, con gli ufficiali (proprietari e professionisti) e la truppa, composta quasi sempre da artigiani, bottegai, braccianti, giornalieri, viaticali, in genere analfabeti. Così come a Cerreto, Guardia, Solopaca, Melizzano, Sant’Agata, Limatola, Dugenta). Non fu l’ideale della Patria nazionale o il bisogno di cacciare i Borbone, di fare la rivoluzione democratica o contadina, che animò i moderati: fu semplicemente la consapevolezza del ceto moderato, economicamente in ascesa a scapito dei baroni, dei signori feudali e della vastissima proprietà ecclesiastica, che grazie alle poche libertà concesse dall’Atto Sovrano, esso poteva diventare egemone. Poteva, cioè, riformare l’assetto della proprietà terriera superando la feudalità improduttiva: poteva altresì assumere la direzione politica degli affari locali, favorire alcune riforme politiche, lo sviluppo dell’agricoltura. Il ceto moderato locale con la Guardia nazionale diventa così il soggetto politico consapevole dei propri mezzi, la proprietà e il sapere, che crea la sua piccola patria locale ma, altresì, con audacia, volontà e scaltrezza, favorisce il nuovo ordine economico-sociale borghese del quale esso è diretto protagonista e unico beneficiario. Questo fu il suo “risorgimento”, anche nelle Terre dei Gambacorta e nel Sannio. In parte, ma solo in parte, come l’aveva pensato Cavour.
Ma, ovviamente, non tutto filò liscio: reazionari e rivoluzionari non restarono a guardare:gli straordinari successi di Garibaldi, la cacciata dei Borbone e l’esplosione del brigantaggio specie nel Sanniocoinvolsero anche la Guardia nazionale che quasi dappertutto dovette affrontare aspre lotte interne. Ma non per scegliere tra Garibaldi o i Borbone e i briganti. Bensì per il controllo della divisione dei demani, locali e statali, e per la conquista delle terre dei baroni sconfitti. E in questo essi seppero servirsi sia di Garibaldi e dell’enfasi rivoluzinaria, sia dei Borboni e dei briganti: secondo le convenienze soggettive, facendo emergere famiglie ed elités politche locali, sopravvissute spesso fino al secondo dopoguerra del Novecento.
Conoscere le vicende della Guardia nazionale di ogni singola realtà, come faremo dalla prossima puntata, significa conoscere le premesse della vita economica e politica sviluppatasi nelle nostre Terre per circa un secolo, dall’emigrazione al fascismo.
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